La Rivolta della Luna

 

La sessualità della figlia

   Se l'amore non ha padroni

 

La figlia rimane attaccata alla madre nell'unità mistica di Maria Vergine il cui figlio sarà il frutto di un incesto ideale, ma non di una libera scelta; l'identificazione sessuale della figlia (là dove è presente) è scissa nella figura di Maria Maddalena, la meretrice.

L'imene della figlia è l'ultimo lembo di placenta che la madre fraintende e impone come proprio.

La sessualità e l'amore sono i più grandi nemici del potere matriarcale perché entrambi modi dell'imperativo biologico che centrifuga i figli alla socializzazione secondaria degli affetti, con conseguente distrazione dall'esclusiva funzione di possesso dell'identità primaria.

Shakespeare lo dice: non può resistere l'amore tra due giovani nell'opposizione delle famiglie di mafia. Nel testo in lingua originale della vicenda d’amore più famosa del mondo, l’autore (on my word) stupisce con l’uso incredibile del gioco lessicale di parole che fanno riferimento alla schiavitù del legame nel dialogo dei due servi di casa Capuleti[1]:

 

Sampson: Gregory, on my word, we’ll not carry coals.

Gregory:   No, for then we should be colliers.

Sampson: I mean, an we be in choler, we’ll draw.

Gregory:   Ay, While you live, draw your neck out of collar.

 

In senso figurato: non farsi mettere sotto, portare il collare, andare in collera e tirare fuori il collo dal collare…; sono significanti forniti a raffica di senso dalla genialità linguistica di Shakespeare per togliere ogni dubbio, già in apertura della rappresentazione, sul fatto che l’oggetto del contendere è la violenza generata dalla castrazione per l’appartenenza alla schiavitù del dominio famigliare.

La madre preserva il suo dominio come furto sui figli e sul sociale. Le piazze sono armate per impedire la fuga centrifuga dei figli dalla casa madre. Non agorà come civiltà sociale, ma agorafobia del sociale nel privato. “C’è troppa libertà” si sente dire quando si invoca ogni intervento restrittivo. La crisi economica serve a strutturare come necessario il cumulo dei redditi e dei corpi nell’economia di incesto famigliare e vanificare nella forza centripeta ogni sforzo di autonomia generazionale, senza possibilità di opposizione: non si può sputare nel piatto in cui si mangia.

Per dirla con il cantautore Antonello Venditti, se l’amore non ha padroni, mai; in una tale protervia del controllo, quale amore ci potrà salvare[2]?

 

 

La bella e la belva

 

Oggi, di nuovo, l'agorà è negato. Riduzione al privato del luogo comune, minaccia, controllo e negazione del tempo generazionale; nel matriarcato la funzione del cambiamento è preclusa, fino all'esito estremo della rottura. Così è pure la struttura della crisi nel paradigma sociale fondato sull'accumulo di vita in capitale. O emancipazione o barbarie! Ogni lotta di emancipazione è rivolta contro le architetture teologico-affettive e gli strumenti secolari di violenza, comunque camuffati, della grande madre. E, a ben guardare, nella rivoluzione della storia è toccato proprio alla figlia-donna il ruolo guida iniziale per il superamento di ogni centralismo della donna-madre: perpetrando il possesso dei corpi la matrigna persegue in realtà il fine narcisistico di negare la concorrenza e lo spodestamento da parte della figlia Biancaneve.

Non furono forse le donne operaie del quartiere di Vyborg[3] a infrangere la diga di contenimento della rivoluzione dei soviet? Quell’8 marzo del ’17 già si celebrava in Russia la giornata della donna! Chiunque abbia letto "La madre" di Gorkij[4] può constatare il ribaltamento del precetto cristiano, di cui pure era intriso il sentire dei contadini russi: l'autore riserva alla madre non più il ruolo cristiano di distruttore del figlio nel processo di liberazione ma, con un ribaltamento copernicano, pone lei stessa nel ruolo di vittima sacrificale. Per la prima volta è il genitore a pagare per amore! 

In genere, però, le cose vanno diversamente e i figli non la sanno così lunga; è facile ridurli al ruolo di docili credenti, disposti a subire i sacrifici e le conseguenze di predilezioni divine. Le suore realizzano la perfetta fede a dio madre (il velo della verginità placentare, per loro, rimane ben calcato sulla testa); monaci e frati esibiscono nel saio, senza neanche il pudore dell’allegoria, i resti monchi del cordone non reciso. I preti sono garanti eunuchi della sintesi androgina di donna-uomo: d-uomo o chiesa madre (con gli attributi). Ogni campana ha il suo batacchio perché non resti vuota. Duomo o don, mai donna, perché lo spirito santo si incarna in un corpo maschile. Ma-donna quando si incarna nella figlia.

La star americana dello spettacolo Madonna ha tentato una personale riunificazione dei due opposti attributi di santa e prostituta che connotano la figlia cristiana. Se fallisce la completa evoluzione del rapporto maturazione-distacco tra figlia e madre fallisce in proporzione ogni possibilità di riproduzione affettiva e sociale della specie. La figlia è preda della forza distruttrice di un King Kong peloso è morbosamente innamorato, origine e al tempo stesso ostacolo della sua possibilità di amare[5].

La bella e la belva sono soggetti opposti di una tensione che cerca nella contrapposizione della scena l'affermarsi di identità diverse in un sesso che è sempre uguale. La presenza del drago che imprigiona la fanciulla nella cella della torre è l'ostacolo da affrontare per liberare la donna dal possesso ostinato di una madre che è insieme la gattabuia e il fallo.

Questa scena madre è più che mai attuale. Davvero si può concepire che la giovane donna sia in grado di realizzare da sola il percorso della sua emancipazione?  Senza l'apporto sessuale della differenza di genere dell'amante, senza la sua spada l'impresa appare vana. Risulta anche in questo evidente quanto ogni rivendicazione sessista contro il maschile esprima in realtà una dichiarazione clamorosa di impotenza.

Ma ecco un altro quesito: è lecito pensare che l'onnipotenza della madre sia in grado da sé di regolare il distruttivo possesso dei propri istinti di legame? In ogni tempo anche questa aspettativa si è dimostrata non reale. È intervenuta l'economia della violenza al maschile, sotto forma di ratto o di stupro nella guerra, ad imporre un taglio alle aderenze e per forzare il distacco tra la figlia e la sua matrice; per far nascere i non-nati dalla pancia della nonna-lupo.

È evidente che nei modelli affettivi meno propensi ad emancipare, la giovane madre rimane schiava della grande forza di legame che rende nulla ogni soddisfazione negli affetti attuali, la grande vecchia, la nonna della fattispecie, finisce sempre con l'imporre un esoso condominio con il talamo nuziale[6]:

 Se, in effetti, una madre è nelle mani della propria madre al punto da vivere il riavvicinamento, naturale, inevitabile e universale che compie nei suoi confronti come un ritorno gioioso alla dipendenza, questo comporta, nel migliore dei casi, un semplice aborto del padre, con le conseguenze drammatiche che necessariamente deriveranno da questo fatto. Ritroviamo così il grido esasperato dei miei colleghi pediatri che si chiedevano se non bisognasse 'uccidere le nonne'.

 L'uso della forza sulla donna è stata una prassi endemica, nella famiglia, nella vita coniugale e nel parto, ma essa deriva dalla mancata risoluzione di una ben più efficace violenza: l'egocentrismo del possesso. La fantasia di uccisione della nonna (strega o bestia) si ritrova in tutti i riti propiziatori e nei racconti per bambini, e non c'è letteratura che più di questa sia creazione delle stesse madri. La violenza (non importa se vera o simbolica perché si scarica comunque sul reale in forma immediata o differita) come strappo della corda che ancora lega alla esigente decadenza della madre, non ha più senso; è necessaria l'assunzione di un atteggiamento di responsabilità consapevole circa il potere che ciascun ruolo ha nel produrre le dinamiche generazionali per favorire lo sviluppo o la regressione.

Anche la donna deve assumere, in modo sempre meno proiettivo, la capacità di riconoscere le risorse e i limiti delle proprie funzioni, fuori dall'aporia di onnipotenza divina, che in realtà è alienazione; per accedere in modo più completo allo sviluppo di una identità personale che abbia peso nei rapporti sociali. Non sono più tollerabili alibi e ipocrisie che giustifichino la ragione di esistere di pedagogie nere la cui funzione è quella di santificare, in forma di suggestione affettiva, la violenza perpetrata dal pre-potere di chi esercita il dominio ad uso personale sui nuovi nati della specie.

Si smetta una volta per tutte di attribuire alla bestia sanguinaria (che sempre incatena la donna e punisce ogni avanzamento del sociale) un ruolo maschile: è solo il corpo sessuato dentro il quale si rappresenta l'incontrollata volontà della madre. Se non si libera la donna dal dominio ambiguo del suo stesso ruolo, tra gli scenari della fantascienza, Il pianeta perduto[7] o Il pianeta delle scimmie[8] possono prefigurare davvero modelli di annientamento o di regressione alla condizione animale. Il destino di un mondo più consapevole e felice passa necessariamente per la via preferenziale dell'emancipazione sociale e protetta della figlia dalla madre, per una libera sessualità e per una procreazione senza colpa. È questo il nesso di straordinaria importanza che regola la prefigurazione, lo sviluppo e la riproduzione dell’intero universo umano.

 

 

La forza di gravidanza e la licantropia

 

Donne nate da donne corrono il grande rischio del ruolo indifferenziato, per cui l’immagine del sé femminile può rimanere affissa sul muro, appiattita nell’identità di chi l’ha generata, inquadrata nel con-te-sto del far mostra del sé, in serie continua con le altre. La differenza dell’una dall’altra è nello scarto di una sporgenza, di un bassorilievo. Solo il contatto, già in fase infantile, con l’amore del padre può tirare in ballo, nel mezzo, la figlia in quanto donna, nella terza dimensione: lei tra il padre e, finalmente, anche la madre, della quale, solo nel di-viso, può distinguere i contorni del soggetto. Anch’essa, la madre, è restituita alla dimensione di persona, non più dio di cui tutto S’ignora[9].

Una figlia felice, amata, che accede al ruolo di soggetto, che da donna può scegliere di essere madre, se lo vuole, senza subire la cacciata distruttiva di chi madre lo è già come un possesso, renderà il mondo più felice per sé e per chi la a-ma. Di contro, il masochismo (ma-so-chi-sta) della donna appiattita nel con-te-sto indifferenziato del matriarcato diviene potenziale autodistruttivo nel sistema. Nel gioco furtivo del corteggiamento ciò che viene richiesto alla fanciulla dall’amante è che sia libero l’accesso alla sua ma-no.

Il desiderio della donna-figlia è nel segno della luna. Incontrando il suo enigma, Orlando perde il senno. Tra madre-terra e figlia-luna la relazione di legame si determina sul modello fisico della forza di gravidanza a cui prelude il ciclo lunare. Il destino della figlia è quello di essere rivolta sempre al cospetto della madre terra, alla quale si sottrae, costantemente,  per il lato di una faccia.

È una rivolta immobile; un volto per sé, e un volto per la madre, ma sempre presa nel ruolo di orbitante. Questa fissità è condizione ambigua: è rassicurante e, nel suo protrarsi, può generare impotenza, fino a renderla furiosa; per effetto di induzione affettiva, l’espressione diviene sintomo palese nell’amante (il paladino Orlando).

La licantropia dà l’idea di come si possa essere affetti dalla luna e dal suo desiderio di essere piena. Aspirare alla condizione di gravidanza (a partire da una di gravità) è per la figlia-luna il correlato biologico essenziale nel salto di ruolo da figlia a donna. Il significato più profondo della licantropia è dunque l’aggressività della figlia, la sua ansia di liberazione che si confronta con l’impotenza nel ritardo del cambio generazionale che potrebbe portare all’esito di sterilità, di fallimento, di inutilità biologica, qualora la potenzialità sessuale della donna non possa trovare il libero accesso al ruolo di guida e di creazione della donna-madre.

Le rivolte nella storia sono state spesso motivate dalle giovani eroine che incarnavano, nel generale rivolgimento della società, l’imperativo sessuale di una rivoluzione del ricambio generazionale. Nella metafora della licantropia politica la figlia esercita l’uso della forza che è in suo potere. La luna è rossa, rossa di violenza; bisogna infrangere i sogni per capire che l’ultima giustizia borghese si è spenta; le parole di questa canzone hanno accompagnato le lotte politiche e giovanili degli  anni settanta; le stesse che hanno prodotto l’esperienza della lotta armata come fenomeno di resistenza d’attacco contro la crisi di legittimità planetaria del sistema di controllo del profitto.

Compagna luna è anche il titolo del libro di Barbara Balzerani esponente non pentita della più nota delle formazioni combattenti di quegli anni nelle quali hanno militato uomini e donne consapevoli della necessità di liberazione collettiva dallo sfruttamento di classe; forse, non erano altrettanto consapevoli di lottare anche per una pure necessaria liberazione sessuale dei corpi dalla possessione del potere matriarcale.

 

 

Il senno di Lisistrata, il pedigree di Antonia

 

Il bisogno di liberazione personale si afferma consapevolmente nella lotta politica nel progetto di una società plurale, contro il monolitismo teologico di ogni dominio; quando nel progetto viene meno questa fondamentale dialettica della coscienza, si assiste all’involuzione dell’autonomia del politico nella quale l’azione politica diventa faida settaria. Se non è il personale a sostanziare la dignità sociale del politico, sarà allora il politico a regredire alla posizione di bega nel privato.

 

Il desiderio femminile muove alla rivolta. Lo stesso desiderio può muovere alla pace:

 

Ma cosa di grande e intelligente possiamo far noi donne? Imbellettate ce ne stiam tutto il giorno ed agghindate con camiciole gialle e le cimberiche diafane e ben cadenti e le scarpine a punta…

 

chiede Calonice a Lisistrata, e questa le risponde[10]:

 

È questo che ci può salvare: camicie gialle e profumi e scarpine, rossetto e sottovesti trasparenti. (…).

In modo che ogni uomo più non alzi l’asta contro un altr’uomo.

 

Sangue e sesso. La fisiologia è prescrizione alla dialettica del comportamento umano. È evidente l’importanza che anche la donna possa accedere senza insulti e divieti alla sessualità ed al piacere. È altrettanto evidente il danno diseducativo e antisociale provocato dalle pedagogie della colpa e del peccato. L’emancipazione umana, che insegue il principio del piacere in opposizione creativa all’attraenza dell’entropia di morte, si giova con vero profitto della felicità sessuale della donna; della possibilità concreta che essa possa accedere ad una identificazione non conflittuale con il proprio ruolo, in una alternativa risolta rispetto a quello della propria madre.

In quell’illuminante apologia del matriarcato che è invece il film di Marleen Gorris “L’albero di Antonia[11], nel quale inevitabilmente (e indipendentemente dalle intenzioni dell’autrice) si riflette l’infelicità e l’aberrazione di un mondo nel quale ci si ostina ad escludere il maschile, inglobandolo nell’ambivalenza sessuale, l’episodio di licantropia è direttamente interpretato da una donna. Urlo e disperazione promana dalla gabbia in cui la madre soffoca e uccide la donna nella figlia. Se si nega il fallo e tutto l’universo maschile, scompare anche la donna, nell’illusione che l’androgino e la sua sterilità affettiva siano una sorta di superamento evolutivo della specie e non piuttosto un segno autolesivo d’immaturità sessuale. Il disprezzo sessista per il maschile cela un altrettanto forte odio per la sessualità femminile considerata inaccettabile nella sua differenza di genere.

Queste donne odiano le donne. Rubando la scena all’altro sesso negano l’identità femminile, che possono amare solo nel surrogato omosessuale.

 

 

Quando il dito indica la luna

 

Agli occhi degli umani la terra e la figlia-luna devono, non l’esistenza, ma ogni loro splendore ed apparenza, nella mutevole cangianza delle fasi,  alla luce del sole. Questa realtà fisica trova la sua metafora umana nello sguardo del padre. La visione del mondo è prerogativa del padre, almeno quanto la cecità è segno dell’incesto matriarcale. L’amore per la figlia è ciò che accende la propensione al Desiderio nell’essere umano; la giovane si propone come motore, pro-pulsione del mondo in proporzione all’erotismo di cui è stata fatta oggetto, nel pallido onirico lunare, all’oscuro della terra, dall’amore del padre. Sarà lei a motivare, per attraenza, il senso della vita perché questa valga la pena di essere riempita.

Quando il dito indica la luna…, è segno che il dito ha la stessa valenza fallica del naso e del cannocchiale per l’essere umano, il quale è un essere evoluto perché, innanzi-tutto[12], è motivato dal desiderio sessuale.

L’illibertà nella quale si viene a trovare, sovente, la figlia nell’indifferenziato dell’unità di legame col corpo del dominio primario fa della donna una entità profondamente infelice, dolorosamente alienata tra l’incapacità di sottrarsi all’affetto capestro per la madre, i cui contorni di identità sono indistinguibili dal sé psichico e corporeo, e il fallimento dell’aggancio in orbita con il satellite maschile, la cui essenza resterà estranea e addirittura oggetto di recriminazione ostile per effetto di proiezione del transfert primario. L’infelicità della donna si fa crisi del sistema.



[1] William Shakespeare; Romeo e Giulietta, Arnoldo Mondadori Ed. S.p.A., Mi, 1990, pp. 6, 8.

Nell’originale inglese, il gioco di parole verte sull’espressione Carry coals (“portare carboni” in senso proprio, “ingoiare il rospo” in senso figurato); più avanti si sfrutta l’assonanza tra colliers, “carbonai”, choler, “collera” e collar, “colletto”. Nella traduzione italiana: Sansone: Gregorio, parola mia, non ci lasceremo mettere sotto./ Gregorio: No, altrimenti saremmo sottoposti./ Sansone: Voglio dire, se ci salta la mosca al naso, siamo pronti a sguainare./ Gregorio: Già, finché hai vita, sguaina il collo dalla gorgiera.

[2] Antonello Venditti; L’amore non ha padroni in Lilly, RCA, 1988.

[3] Lev Davidovic Trotskij; Storia della rivoluzione russa, vol. I, Grandi Tascabili Economici Newton, Roma, p. 91, 1994.

[4] Maksim Gorkij; La Madre, I giganti di Gulliver Fratelli Fabbri Ed., Mi, 1995.

[5] Ernest B. Schoedsack, Merian C. Cooper; King Kong, USA, 1933.

[6] A. Naouri; Op. cit., p. 286.

[7] Fred McLeod Wilcox; Il pianeta perduto (Forbidden planet), USA, 1956.

Sul pianeta Altair la civiltà dei Krell si è estinta a causa della capacità di materializzare i desideri con il pensiero, senza aver per altro previsto la forza di distruttività dell’inconscio. La spedizione terrestre corre lo stesso rischio di autodistruzione ad opera della mente dello scienziato geloso dell’esclusivo rapporto con la bellissima figlia. Dal punto di vista simbolico è una variante del rapporto tra King Kong madre e la fanciulla. Alla fine l’amore con il protagonista maschile del film trionfa.

[8] Franklin J. Schaffner; Il pianeta delle scimmie (Planet of the apes), USA, 1967.

[9] L'identità plurale femminile esprime la forza metafisica dell'affetto nel singolare maschile (Il signore); nella sostanza, l'immanenza divina mantiene l'espressione del soggetto gruppale femminile (Le signore).

 [10] Aristofane; Lisistrata in Le commedie delle donne, Tasc. econ. Newton, 1994, p. 12.

[11] Marleen Gorris; L’albero di Antonia (Antonia’s line), Olanda, 1995.

[12] C'è distinzione tra innanzitutto e soprattutto; il senso del primo termine è riferito alla fallicità dell'essere, il secondo alla sua rimozione; l'essere sopra (über) tutte le cose (alles) è espressione di una negazione fobica della pulsione genitale (il sesso è sotto, giù, davanti); la sessualità inibita attua nel significante di designazione anatomica uno spostamento opposto e polare.

 

 

 

Copyright 2004 © Sergio Martella